Regolamento VII° Concorso Letterario 2017

LocandinaVII°ConcArt. 1 – PROMOTORI –Il Ristorante “DA SILVANA”, sito in via Sublacense, snc, Altipiani di Arcinazzo, organizza e sponsorizza la settima edizione del concorso letterario per racconti brevi dal titolo “RACCONTI E PAROLE”.

Art. 2 – PARTECIPANTI – Il concorso è aperto a tutti i soggetti che abbiano compiuto i 18 anni d’età. Per i concorrenti minorenni occorre l’autorizzazione scritta di almeno uno dei due genitori.

 

Art. 3 – MODALITA’ E QUOTA D’ISCRIZIONE – Per iscriversi al concorso occorre compilare una scheda di partecipazione che sarà a disposizione presso il Ristorante “da Silvana”. Sulla scheda si dovrà indicare il nome, cognome, data di nascita, indirizzo di residenza, indirizzo e-mail e recapito telefonico mobile. La quota di partecipazione al concorso per ogni racconto è di 10,00 euro da pagare al momento dell’iscrizione. I racconti consegnati senza il versamento della quota non verranno giudicati.

Art. 4 – ELABORATI – Lo svolgimento del VII° concordo si baserà sul seguente tema: “NON E’ VERO MA (FORSE) CI CREDO. STORIE DI SUPERSTIZIONE, MAGIA, ABRACADABRA.” I partecipanti potranno presentare un elaborato di loro produzione, scritto in lingua italiana e rigorosamente inedito. La lunghezza dei testi non dovrà superare 10 fogli formato A4. I partecipanti vedranno pubblicato il proprio racconto in un libricino che verrà realizzato a cura dell’organizzazione e che andrà a comporre la settima edizione della raccolta “Racconti e parole”.

Art. 5 – MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE – Il testo dovrà essere stampato in quattro copie cartacee di cui tre anonime e la quarta recante nome, cognome e firma dell’autore. Inoltre una copia va spedita via e-mail all’indirizzo giovanna.altipiani@ålice.it in formato Word con carattere “Calibri Corpo” di dimensioni equivalenti al numero 14, copia ovviamente identica al cartaceo. Sarà possibile consegnare il racconto anche per mezzo postale intestando la busta al seguente indirizzo: Ristorante “da Silvana”, via Sublacense snc – località Altipiani -03010 Trevi nel lazio (FR).

Il testo non dovrà in alcun punto recare indicazione del nome dell’autore o altro riferimento che consenta il riconoscimento di quest’ultimo, pena l’esclusione del racconto dal concorso.

Art. 6 – SCADENZA – Gli elaborati dovranno essere consegnati entro e non oltre il 30 Agosto 2017 presso il Ristorante “Da Silvana” contattando la Sig. Giovanna Crecco al numero 3930598002 per gli accordi. Per gli elaborati che verranno spediti farà fede il timbro postale. I testi pervenuti successivamente non verranno presi in considerazione.

Art. 7 – VALUTAZIONE – I racconti pervenuti saranno numerati in ordine rigoroso di consegna . Tutti i lavori saranno sottoposti al giudizio di una giuria tecnica, coordinata da un Presidente di giuria, nominata dall’organizzazione del concorso. La giuria determinerà una classifica basandosi sulla propria sensibilità artistica ed umana, in considerazione della qualità dello scritto, dei valori dei contenuti, della forma espositiva e delle emozioni suscitate. Il giudizio della giuria sarà inappellabile ed insindacabile. Il Presidente e l’organizzazione del Concorso garantiranno la corretta applicazione del regolamento e l’attinenza dei racconti al tema proposto. In caso di parità di punteggio tra i concorrenti, il parere del presidente sarà determinante. I vincitori saranno informati solo durante la cerimonia di premiazione

Art. 8 – PREMIAZIONE – La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avranno luogo presso il Ristorante “da Silvana” – Altipiani di Arcinazzo sabato 30 settembre 2017 alle ore 18,00.

Art. 9 – PREMI1° classificato: euro 200,00 e attestato di merito 2° classificato: euro 100,00 e attestato di merito- 3° classificato: euro 50,00 e attestato di merito. I premi dovranno essere ritirati personalmente dai vincitori, o, in caso di forzato impedimento, da persona da loro designata. Oltre ai tre premi della giuria, l’organizzazione istituisce ogni anno un PREMIO SPECIALE DEL PUBBLICO per un elaborato ritenuto meritevole che verrà considerato tale da un giudice diverso dalla giuria tecnica. Inoltre per questa edizione verrà conferita una menzione speciale in memoria di NERINA DELL’ARMELLINA.

Art. 10 – DIRITTI D’AUTORE – Ogni autore è personalmente responsabile di ciò che consegna e ne autorizza sia la pubblicazione senza alcun fine di lucro, sia il trattamento dei propri dati da parte degli organizzatori per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e alla pubblicazione dei risultati. Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. I diritti rimangono comunque di proprietà dei singoli autori.

Art. 11 PUBBLICITÀ – Il concorso e il suo esito saranno opportunamente pubblicizzati attraverso la stampa ed altri media nonché sul blog https://concorsoaltipiani.wordpress.com/ che può essere utilizzato per qualsiasi informazione, domanda aperta ed aggiornamenti

Art. 12 – ALTRE NORME – La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario.

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Regolamento VI° Concorso Letterario Altipiani di Arcinazzo 2016

 

E’ indetto il sesto concorso letterario dal titolo “Racconti e parole agli Altipiani di Arcinazzo, organizzato e sponsorizzato dal ristorante “Da Silvana”.

La partecipazione al concorso è disciplinata dal seguente regolamento che viene accettato dagli iscritti integralmente ed incondizionatamente.

Il concorso è aperto a tutti, residenti e villeggianti, che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età.

Per i concorrenti minorenni è necessaria una autorizzazione scritta di almeno uno dei due genitori.

Il concorso sarà riservato ad uno scritto inedito e consentirà agli autori di vedere pubblicati i propri racconti in un libricino a cura dell’organizzazione che andrà a comporre la sesta edizione della raccolta “Racconti e parole”.

Lo svolgimento del VI° concorso si baserà sul seguente tema:

“RACCONTI D’INFANZIA”  

EPISODI, INVENZIONI E NARRAZIONI SULL’ETA’ DEI RICORDI

Questa edizione richiede ai partecipanti un racconto che sia legato ai propri ricordi d’infanzia o una narrazione che riguardi un conoscente, un parente, ma può essere anche un episodio inventato, magari basato su un sogno e un desiderio che abbia caratterizzato l’età appunto dei ricordi.

Il racconto non dovrà superare le dieci pagine in formato A4.

Per iscriversi al concorso occorre compilare una scheda di partecipazione che sarà a disposizione presso il Ristorante “da Silvana”, Via Sublacense, angolo bivio Piglio, dalle ore 9 alle 16, oppure c/o il Punto Informativo Turistico in via Sublacense (adiacente il ristorante),  indicando nome, cognome, data di nascita, indirizzo di residenza, indirizzo  e-mail e recapito telefonico mobile. La quota di partecipazione per ogni iscritto sarà di     € 10,00 da pagare al momento dell’iscrizione. I racconti consegnati senza il versamento della quota non verranno giudicati.

Il racconto va stampato in quattro copie, di cui tre anonime e una quarta recante il nome, cognome, la firma e il numero telefonico dell’autore, e va consegnato dal 12 luglio 2016 al 28 agosto 2016 contattando al numero 393 0598002 la sig. Giovanna Crecco per gli accordi.

Una copia va spedita via e-mail all’indirizzo giovanna.altipiani@alice.it in formato Word, con carattere “CALIBRI CORPO” con dimensioni pari al numero 14.

Sarà possibile consegnare il cartaceo del racconto anche per mezzo postale. Chiamando il numero suddetto vi verranno specificate le modalità di spedizione.

 

Per gli elaborati spediti farà fede il timbro postale.

I racconti pervenuti saranno numerati in ordine rigoroso di consegna e potranno essere visionati in forma anonima da chiunque volesse presso il ristorante “da Silvana”, per tutta la durata del concorso, mentre un’apposita giuria (composta da tre esperti e coordinati da un Presidente di giuria) valuterà le opere. Il Presidente e l’organizzatore del Concorso garantiranno la corretta applicazione del regolamento e l’attinenza dei racconti al tema.

Il giudizio delle giurie è insindacabile e inappellabile.

In caso di parità di punteggio tra i concorrenti, il parere del presidente è determinante.

Solo a premiazione avvenuta verranno rese note le generalità dei partecipanti.

Ogni autore è personalmente responsabile di ciò che consegna e ne autorizza sia la pubblicazione senza alcun fine di lucro sia il trattamento dei propri dati da parte degli organizzatori per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e alla pubblicazione dei risultati.

 

I tre racconti più belli saranno premiati così:

1° classificato: 200 Euro e attestato di merito

2° classificato: 100 Euro e attestato di merito

3° classificato: 50 Euro e attestato di merito

 I premi in denaro saranno offerti dal Ristorante “da Silvana” in collaborazione con il patrocinio dei comuni di Trevi nel Lazio, Arcinazzo Romano e Piglio.

Oltre ai tre premi della giuria, l’organizzazione si riserva di assegnare un premio speciale del pubblico per un elaborato ritenuto meritevole che verrà considerato tale da un giudice diverso dalla giuria tecnica.

Per ogni ulteriore informazione, aggiornamenti o domande aperte si può consultare il seguente blog: https://concorsoaltipiani.wordpress.com/  a disposizione di tutti gli interessati.

La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 24 settembre 2016 alle ore 18,00 presso il ristorante “Da Silvana”, via Sublacense (angolo via per Piglio), Altipiani di Arcinazzo, con la presenza di autorità locali e di personaggi noti nel mondo letterario.

 

Info: Giovanna Crecco

393 0598002

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I vincitori del V° Concorso Letterario Altipiani di Arcinazzo

Premio memoria “Teresa Apicella” : Racconto n. 16 – “Pinuccia” di Federica Gobbi, Roma

Premio Speciale Pubblico : Racconto n. 20 – “Un sogno da realizzare” di Gabriella Appodia, Subiaco

3° Premio : Racconto n. 10 – “Il concerto” di Mary Isabel Papee, Roma

2° Premio : Racconto n. 6 – “Travolti da un insolito destino… no, da un water!!!” di Luca Laurenti, Roma

1° Premio : Racconto n. 3 – “Gelsomina” di Carlo Testana, Roma

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Racconto n. 6 – Travolto da un insolito destino… no, da un water!Racconto n. 7 – Un supereroe un pò diverso Racconto n. 11 – Ridere,sorridere,fare sorridere è… Racconto n. 12 – Un pranzo Racconto n. 13 – Fatale scherzo Racconto n. 14 – Un ladro assai fedele Racconto n. 15 – Appunti di vita scolastica Racconto n. 16 – Pinuccia Racconto n. 17 – La mia carriera, il mio successo Racconto n. 18 – Il bagno col corridoio Racconto n. 19 – Una Lacrima Sul Viso Racconto n. 20 – Uun sogno da realizzare Racconto n. 21 – Una giornata irripetibile Racconto n. 22 – Oralis sexus salvares animam meam Racconto n. 23 – L’amica trina Racconto n. 24 – Ricordi giovanili – Racconto n. 10 – Il concerto Racconto n. 9 – Punti di vista disparati Racconto n. 8 – Voci Racconto n. 6 – Travolto da un insolito destino… no, da un water!

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Racconto n. 2 – Il buffone di corte Racconto-n-3-gelsomina Racconto n. 4 -Tutto fila Racconto n. 5 – Il dramma di quando si sbecca la teiera

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Si comincia… ecco in esclusiva il primo racconto di questa quinta edizione!

Dieci sfumature di verde

La sabbia piacevolmente tiepida sotto i piedi rendeva ogni passo silenzioso e sfumato nell’infuocato tramonto tropicale che faceva luccicare l’acqua. Dal caldo abbraccio del sole, all’improvviso, spuntava lui sul suo cavallo immacolato che galoppava verso di me, tutti i muscoli sudati e tesi, i capelli spettinati dal vento…

… Uuuueeeeaaaahhhhh!

Quello che mi parve un urlo sovrumano mi strappò con violenza alla mia spiaggia caraibica, derubandomi contemporaneamente di cinque anni di vita. Immobile, agghiacciata sotto le coperte, mi preparai a sollevare una palpebra, un attimo per mettere a fuoco, ed ecco che la sveglia digitale soddisfaceva la domanda “che ore sono?” materializzatasi da chissà dove nella mia mente: le 4 e 12.

Nell’altra stanza tutto taceva, ma ancora prima del buonsenso, a risvegliarsi furono i sensi di colpa che non abbandonano mai una mamma, così mi trascinai fuori dal letto ciabattando fino alla camera di fronte.

Lei era lì. Seduta. Gli occhi fiammeggianti da pantera saettavano di qua e di là con le iridi verdi fino alla fosforescenza, per poi fissarsi nel rettangolo della porta non appena questo fu ingombrato dalla sagoma di una povera donna dal pigiama stropicciato, i capelli arruffati e la faccia sgualcita. Allo sguardo di riprovazione stava per seguire un movimento ‘spalancatorio’ della bocca, ma con un guizzo la povera donna che sono si riebbe e riuscì a salvare la situazione infilando in quella cavità ancestrale il ciuccio che brillava abbandonato sul cuscino. Lei sembrò gradire.

Tornai a letto, certa che non avrei più dormito, e infatti in un attimo furono le 7 e la sveglia trillò. Irene non si era più destata, quindi era possibile che avessi ancora una quarantina di minuti per prepararmi in santa pace. Santa pace si fa per dire: sapevo bene che indugiare anche un solo minuto tra le lenzuola significava accelerare ulteriormente il ritmo dei preparativi mattutini, senza dubbio la fase più concitata della giornata e anche la più odiosa. Almeno quella mattina, allo scadere di quelle convulse due ore di risveglio-colazione-doccia-pappa-cambio pannolino-vestizioni varie-uscita-traffico-consegna della bimba all’asilo nido tra le braccia della maestra Angela (di nome e di fatto), ad aspettarmi non c’era il lavoro, ma un giro per negozi con la mia amica Livia al settimo mese di gravidanza, in attesa del secondo figlio.

Il biberon si stava raffreddando, la tavola per la colazione era apparecchiata e la moka stava cantando, profumando l’aria e annunciando che il caffè era pronto: la tabella di marcia imponeva ora di ficcarsi nella doccia per una rapida insaponata.

“Mam-ma! Mamma! Mammaaaa!”.

La mano destra si era appena allungata sul rubinetto dell’acqua calda, quando un violento schiaffo di sudore freddo mi colpì di nuovo, pur nella doccia bollente. In un attimo schizzai fuori, scivolando dentro l’accappatoio e precipitandomi nella sua stanza, ancora più spiegazzata di tre ore prima.

Lei stavolta era in ginocchio, aggrappata con tutta la forza delle sue braccine alle sbarre del letto. Gli occhi erano appena visibili nella penombra ma considerevolmente assonnati – di un verde che si era fatto scuro, come di muschio bagnato dalla rugiada del mattino – e profondi come i segreti di una foresta. Appena mi vide si allargò in un sorriso meraviglioso e mi sentii fiera: quella piccola belva l’avevo fatta io.

Il toc sordo e confortante della portiera dell’auto che si chiudeva e una rapida occhiata all’orologio sul cruscotto che dichiarava le 8.28, ebbero il potere rasserenante di una buona tisana calda quando fuori fanno zero gradi, e mi strapparono addirittura un sorriso.

Irene, custodita nella sua tutina di piume che la rendeva una piccola nuvola rosa nel mattino freddo di una primavera ancora troppo lontana, era ben ancorata al suo seggiolino e ciucciava tranquilla la cordicella del succhiotto senza perdere di vista la mamma neanche per un attimo, con quelle due giade cristalline incastonate al posto giusto di quel faccino morbido e paffuto di bambola. Gli occhi erano l’unica parte del suo corpo di bimba di quasi 14 mesi che quel piccolo scafandro color confetto le lasciava scoperti: curiosi, attenti, lesti, al massimo della concentrazione si spostavano istantanei dalla cintura che faceva clic alla manopola della radio che faceva la-la-la, alla chiave sotto lo sterzo che girando faceva bruum, e poi dal volante al cambio per innescare la prima stuc, dalla freccia a sinistra tic-tac tic-tac, al telecomando del cancello del garage clang dalla cui bocca ci ritrovammo catapultate direttamente nel traffico dell’ora di punta.

Non più di un paio di chilometri e una ventina di minuti di macchina ci separavano dall’asilo nido, porto sicuro per tutte le mamme che lavorano o che, come me, stavano per concedersi una mattinata di sano, corroborante shopping. Cosa potevo volere di più? Il peggio è passato! Ora la giornata non può che essere in discesa! E così iniziai a rilassarmi, almeno mentalmente, pregustando l’ennesimo paio di scarpe col tacco che avrei comprato tra poco in quel negozio che mi piaceva tanto, inutile trofeo di venerdì e sabati sera ormai da trascorrere in casa fra pappe e pannolini, quando BOOM!!!!

Una cretina dal capello biondo, liscio Sunsilk, e con un impeccabile tailleurino nero avvitato addosso (senza cappotto a cinque gradi sopra lo zero) ma soprattutto una cretina con la Smart bianca – che ho sempre trovato somigliasse un po’ troppo a un grosso bidet – era entrata senza complimenti nella mia fiancata destra, procurandole un enorme bozzo concavo.

Uaaaaahhhhhhh! Quelli che fino a due minuti prima erano due giade delicate e preziose, ora erano due pozzi cupi e cavernosi stillanti petrolio che esplode, inarrestabile, dalle viscere della terra proprio come quelle lacrime deflagravano dalle profondità di un esserino di dieci chili. Il botto l’aveva spaventata a morte.

La bionda stava già sibilando improperi al di là del mio finestrino sigillato, sventolando con la mano destra il foglio colorato del Cid, quando Irene aveva cominciato a dimenarsi costretta dalla cintura di sicurezza al seggiolino, come un’indemoniata legata al letto durante un esorcismo. La scena – com’era prevedibile visto il tipino nasetto all’insù, 28-30 anni ben portati e una luminosa carriera davanti che non contemplava né mocciosi né smagliature – la inorridì: “La faccia smettere, non capisco nulla”. Il mio istinto di sopravvivenza fu più veloce: “Forse si è fatta male, è seduta proprio lì dove lei si è, ehm, appoggiata”. “Ma venivo da destra, come ha fatto a non vedermi?!”, la voce si ruppe sul punto interrogativo, il cervello fece due connessioni al volo e il suo viso impallidì dietro al fard di Dior: “Come? Si è fatta male?”. Colsi la palla al balzo: “È meglio che la porti all’ospedale per farla vedere, magari ha una commozione cerebrale (i termini tecnici funzionano sempre), le lascio il mio biglietto da visita così può compilare il foglio del Cid e contattare la mia assicurazione”. Respiro trattenuto e poi sospiro. “Ma… no, vada vada, pensi a sua figlia, tanto la Smart me l’ha regalata il mio fidanzato, ci penserà lui alla riparazione”. Fortunata te. La Micra grigia, invece, è di mia madre e non credo la prenderà benissimo, anche se è un’auto di ormai 13 anni e somiglia a una scultura di Botero: ecco dove se n’è già andato il mio prossimo “stipendio” (vista la cifra le virgolette sono d’obbligo) ancora prima dell’ebbrezza di vederlo accreditato in banca. Non avevo fatto in tempo a terminare questo esaltante pensiero che la bionda glamour era svanita: al suo posto un vago sentore di fiori di vaniglia.

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Livia mi aspettava ormai da un’ora buona, eppure appariva imperturbabile e smagliante, fasciata nel suo cappottino vintage di sempre, i cui bottoni si chiudevano ancora senza sforzo. Le avevo scritto un messaggino dopo l’incidente e lei aveva risposto di fare pure con calma; la sua voce mi sembrava cinguettasse anche attraverso Whatsapp e aveva addirittura aggiunto una faccina con l’occhiolino strizzato e la lingua di fuori, proprio come quella lingua trafelata che il mio respiro ansimante, e ormai a un passo dall’asma, non riusciva a contenere. Mi fermai al rosso dell’attraversamento pedonale da dove potevo vederla guardare la vetrina che esponeva tutine rosa a fiorellini per neonate e accarezzarsi il pancino appena accennato in cui riposava Vittoria, futura sorellina di Andrea (anche in questo Livia non aveva sbagliato un colpo: voleva due figli, un maschio e una femmina, a due anni di distanza per farli crescere insieme).

“Non sono incantevoli?”, indicò ghettine e coprifasce mentre il volto si allargava in un sorriso sincero, per nulla scocciata dell’ora che l’avevo fatta attendere invano. Cara, dolce, piccola Livia, sempre così adorabile e per questo così irritante.

C’eravamo conosciute un anno e mezzo prima nella sala d’attesa della dott.ssa Pietrani, la nostra comune ginecologa. Io, al sesto mese di gravidanza e con una pancia enorme, facevo avanti e indietro dal bagno sotto gli sguardi disgustati delle altre gestanti, mentre lei, i capelli ramati raccolti nella consueta coda di cavallo sbarazzina, la pashmina al collo e il cappottino vintage che – avrei imparato – era il suo tubino nero, mi aveva accarezzato la mano con tenerezza, sussurrando: “Anch’io un anno fa, mentre aspettavo Andrea, non riuscivo proprio a trattenerla”. E così, per la magnetica complicità che solo certe situazioni sanno creare e che, nelle circostanze giuste, saprebbe legare anche Gandhi ad Adolf Hitler, iniziammo a conversare come vecchie amiche. E così ero caduta nella trappola mortale dello scambio dei numeri di cellulare, prerequisito essenziale in epoca digitale alla nascita di una nuova amicizia, quella che da un anno e mezzo, senza un vero motivo, mi teneva sempre sulla corda e mi procurava un vago malessere allo stomaco ogni volta che la sua presenza angelica incontrava la mia vita incasinata facendo nascere inesorabili, dolorosi confronti.

“Tutto bene?”, la sua voce squillante mi aveva risvegliato dalle arzigogolate digressioni mentali in cui ero impegnata e riportato alla realtà di quella bella mattinata di sole (e di shopping) che non volevo rovinare con il penoso racconto del mio incidente, soprattutto se ad ascoltarmi c’era una che tra le sue mille vite precedenti ne vantava una da insegnante di scuola guida. “Sì, non preoccuparti, ti offro un caffè… o qualunque altra cosa tu possa bere”. “Vada per un cappuccino d’orzo”, e prendendomi sottobraccio mi scortò dentro al bar.

L’unico tavolino libero era in fondo, Livia si era già accomodata e sfilata il cappottino vintage… orrore! Indossava una maglia premaman (che bisogno aveva?!) a righe orizzontali nere e tortora che avevo anch’io… e che indossavo proprio quel giorno!!! L’aver partorito tredici mesi e mezzo prima, purtroppo, non mi aveva fatto rientrare (ancora) nella mia 44 abbondante, eppure si dice che il tempo è galantuomo, no?

“Non ti togli il piumino?”. “Ehm, ma, non so, qua vicino al vetro… freddo”, farfugliai. Livia inarcò entrambe le sopracciglia: “Ma se è pieno di gente, si soffoca!”. Sarebbe stato impossibile sfuggire ai suoi premurosi a perentori ‘attacchi’ tutta la mattina, specie se avessi voluto provare davvero quel golfino blu notte sul quale sbavavo da almeno un mese (magari, però, l’hanno venduto e non mi devo spogliare…mmm… più probabile che non ci sia la mia taglia…) quindi con un gesto deciso mi levai il giaccone. Almeno – mi consolai – io quella maglietta l’avevo acquistata l’anno scorso, quindi lei per sfoggiarla adesso doveva per forza averla presa all’outlet!

“Ehi, guarda, abbiamo la maglia uguale, che bello!”, batteva le mani lei, tutta allegra, mentre io, con un’occhiata che imploravo passasse inosservata, scannerizzavo disperatamente i punti critici, messi a dura prova – i miei – dalle spietate righe orizzontali. “Già. L’ho comprata più di un anno fa, quando ero incinta. In quale outlet l’hai trovata?”. “L’ho presa due anni e mezzo fa quando aspettavo Andrea – ammise candidamente – curioso che l’avessero ancora l’anno scorso, probabilmente non avevano terminato le taglie”.  Già. Probabilmente quelle extralarge.

Accusai il colpo, e Livia cambiò abilmente discorso: “Come sta Irene? È tanto che non la vedo, chissà come sarà cresciuta! Hai una foto recente da mostrarmi?”. Almeno su questo terreno la nostra tenzone – che probabilmente combattevo in solitaria – era ad armi pari: se Livia, infatti, aveva a casa questo angioletto raffaellesco di due anni e mezzo di nome Andrea, con riccioli d’oro, grandi occhi azzurri e lineamenti da pargolo della pubblicità (e di lì a due mesi, probabilmente ne avrebbe sfornato la versione femminile), la mia Irene non era meno bella. Tirai fuori il cellulare con l’intenzione di mostrarle uno scatto di pochi giorni prima: avevo colto la mia bambina seduta sul seggiolone, i capelli lucenti che incorniciavano un visetto sorridente come se in quell’istante fosse la persona più felice del mondo perché aveva tra le mani un biscotto al cioccolato che assaliva con tutta la forza che le permettevano i suoi unici due dentini – gli incisivi inferiori – e gli occhi vivaci puntati verso l’obiettivo quasi a bucarlo, atteggiati in un guizzo birichino e divertito che li faceva sembrare due piccoli kiwi cangianti, puntinati dal compiacimento dell’essere al centro dell’attenzione della sua mamma e dal godimento per quel prelibato tesoro che stava assaggiando, probabilmente per la prima volta.

Lo squillo del telefono appena estratto dalla borsa mi fece trasalire: sul display lampeggiava il numero dell’asilo nido! All’altro capo del filo, su uno sfondo di gridolini infantili, la voce della pazienza fatta persona: “Pronto, è la mamma di Irene? Sono la maestra Angela”. “Sì?”, un filo di voce era uscito. “Ciao, senti, nulla di allarmante, ma credo che Irene abbia un po’ di febbre, non mangia nulla e non smette di piangere, è praticamente una fontana, se potessi venire subito a prenderla… grazie”. Riattaccò prima che potessi aprir bocca.

Addio mattinata di shopping. Spiegai l’accaduto a Livia – non senza una punta di sollievo nell’animo traboccante d’amore per mia figlia che, inconsapevolmente, mi stava sottraendo a ore di ansia da prestazione che volevano dire mal di testa assicurato già prima di pranzo – che per nulla contrariata di aver guidato inutilmente fino all’altro capo della città, già mi congedava spingendomi via: “Vai, corri da Irene e dai un bacino alla passerottina da parte mia, noi faremo shopping un’altra volta”. Ho sempre odiato la melassa dei nomignoli da bambino, specie se affibbiati ai bimbi altrui, figuriamoci se avrei smielato Irene con bacini e coccole inviate da qualcun altro, soprattutto della mamma perfetta! Arrivata alla macchina misi in moto, e quando passai davanti alla vetrata del bar accennai un gesto di saluto all’indirizzo di Livia, che stava beatamente sorseggiando il suo orzo, decisa a godersi comunque quella mattinata. All’improvviso mi resi conto di non essere passata alla cassa: anche stavolta il caffè l’avrebbe pagato lei.

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Nell’aula riservata ai bambini più piccoli dell’asilo – una volta indossati i copriscarpe di plastica blu – lo spettacolo che mi si aprì davanti agli occhi fu il seguente: tutti e 12 i compagni di Irene placidamente seduti ai minuscoli tavolini in legno intenti a fare merenda, chi con lo yogurt, chi con il frullato di frutta, chi con i biscotti; lei, la tredicesima, la pecora nera della giornata, dall’altro lato della stanza, urlante, che prendeva a pugni con tutta la rabbia che aveva in corpo i cuscinoni gialli dove normalmente si fa la nanna. Alla vergogna da maniaca del controllo, si sostituì dentro di me in una frazione di secondo l’apprensione della mamma e corsi incontro alla mia piccoletta per ‘salvarla’. Ma appena Irene mi vide, la sua reazione non fu quella che speravo: le onde da mare in burrasca che le si agitavano negli occhi sconvolti di pianto crebbero di altezza e larghezza in proporzione all’ottava di decibel sulla quale volarono i suoi strilli e divennero tsunami dall’urto catastrofico, con tutto il loro carico devastante di alghe e detriti.

“È un’ora che va avanti così, ha la fronte calda, le ci vuole proprio una bella dormita nel lettino di casa”. La maestra Angela era schizzata a prendere Irene, che ora si divincolava come un derviscio rotante tra mie braccia, e mi aveva spinto con nonchalance verso l’uscita: “Domani tienila pure a casa a riposare. Ciao!”.

Fu quando tornai alla macchina che avevo lasciato non più di cinque-minuti-cinque davanti ai cassonetti (già vuotati) con il blinker acceso, che compresi quanto l’ingegnere dell’United States Army Air Cops, Edward Murphy, fosse più realistico e lungimirante di Nostradamus. Una vigilessa bassa e larga, con capelli cortissimi e spessi occhiali di tartaruga, stava sbirciando i numeri di cui si componeva la mia targa, riportandoli fedelmente sul suo taccuino. Affrettai il passo per esprimere tutta la buona volontà personale di collaborare a una città migliore, ma lei mi accolse con un ghigno sardonico. “Me ne vado subito, sono stata via solo due minuti per prendere mia figlia al nido qui davanti”, e istintivamente, per confermare quanto dichiarato, le mostrai Irene che avevo tra le braccia e che curiosamente – forse intimidita dalla divisa?! – aveva smesso di piangere e piantato i suoi enormi occhi vellutati come la salvia che profumava il giardino dell’asilo al di là della staccionata e con cui la cuoca della struttura preparava certi manicaretti da tre stelle Michelin, sui buffi occhiali dalla montatura in tartaruga indossati dalla bassa e larga agente della polizia municipale.

“Non c’è fretta, signora, ormai ho scritto”. Come non c’è fretta? Se uno sosta in doppia fila cinque minuti intralcia il traffico tanto da meritarsi una multa, e poi, una volta che la multa se l’è beccata può rimanere tutto il tempo che vuole? Il traffico a quel punto non lo intralcia più?! E poi, porca miseria, l’avessi fatto per comprarmi la favolosa giacca nera nella vetrina del negozio qui di fronte capirei, ma l’ho fatto per prendere mia figlia a scuola, giusto il tempo di vestirla, legarla al passeggino e uscire, ma una povera mamma da sola che cavolo deve fare??!!

Purtroppo non l’avevo solo pensato, l’avevo detto ad alta voce.

“Patente e libretto”. Ormai il ghigno sardonico si era storto in una smorfia beffarda che annunciava un imminente abuso di potere. Tanto valeva combattere.

“Lei che lavora per il Comune risponda alla mia domanda: dove metto la macchina quando vengo a prendere mia figlia, che qui non si trova parcheggio neanche di notte? Alla fermata dell’autobus così mi levate pure i punti? – ero un fiume in piena –Fate i parcheggi vicino agli asili nido comunali e io ci parcheggio, non la lascio mica in doppia fila apposta!”.

“Signora, non è compito mio realizzare parcheggi – la smorfia beffarda si stava incrinando, forse preda in contropiede da tutta quella veeemenza – noi riceviamo le segnalazioni in centrale e dobbiamo intervenire: ci hanno detto che qui ci sono auto in doppia fila e noi veniamo a fare le multe. Ecco la sua”. Con uno strappo secco dal blocco nero dei trasgressori del codice della strada incastrò l’odioso pezzetto di carta sotto al tergicristallo, portando via dal mio raggio d’azione con insospettabile agilità tutta la sua bassezza e la sua larghezza, nonché quell’ottusa espressione da pizzardone capitolino, innascondibile pure dietro ai ridicoli occhiali di (finta) tartaruga.

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Il percorso tra il nido e casa, pur breve, poteva nascondere qualche insidia: il rosso tra viale dei Colli Portuensi e la circonvallazione, ad esempio, era piuttosto lungo e a seconda dell’ora, poteva volerci un bel po’ prima di superare il semaforo. Irene era particolarmente sensibile a questa sosta prolungata che proprio a metà viaggio disturbava il suo sonnellino ristoratore. Anche stavolta, dunque, molestata dall’immobilità forse ancor più che dalla febbricola, aveva iniziato a urlare: non era proprio un pianto trasfigurante, più una vibrante protesta contro l’ignota causa del suo brusco risveglio. Abbassai la radio e mi girai quel tanto che potevo per consolarla: lei mi fissava con i suoi occhi immensi verde bottiglia che m’imploravano di farla dormire, fanali metallici aperti sulla realtà circostante. Spessi e infiniti quegli occhi, come incommensurabile, in certi momenti, è la disperazione dei bambini.

Tornata a guardare la strada non potei fare a meno di trasalire, perché due scurissime capocchie di spillo appuntate su un volto ossuto mi fissavano a pochi centimetri, al di là del vetro del finestrino chiuso. Era una piccola nomade, bruna e sottile, vestita di una gonna a fiori troppo lunga, che a ogni oscillazione la rendeva ancora più goffa di quanto non avesse già fatto la natura, invero con poca generosità. In mano stringeva un lavavetri lercio, a discapito del suo nome, che faceva roteare quasi fosse una bacchetta da majorette più che un attrezzo da lavoro. Il pancione non lo notai subito, perché piccolo e appuntito come tutto il resto di quella figura dai movimenti rapidi e nervosi.

“Io lava tuo vetro, sì?”, la voce acuta e sgarbata e l’appoggio del lurido utensile sul mio parabrezza non proprio immacolato ne completavano il ritratto. Istintivamente ma con discrezione per non essere vista, tastai il portaspiccioli a forma di ranocchia che fungeva da portachiavi della macchina di mia madre: neanche una moneta. Sfoderai il mio sorriso migliore, quello che, corredato da un pizzico di buona educazione, fa cavare d’impaccio le brave ragazze e contemporaneamente recitai la risposta di rito in questi casi: “L’ho lavato stamattina, grazie lo stesso”. Non sembrava convinta. Incassò il rifiuto con una smorfia, scrutò dentro l’abitacolo e mi apostrofò con villania: “Tu ha bambino, io (in)cinta e ha altro bambino di sei anni. Tu dà me vestiti per bambino grande, ok?”. Irene, dopo pochi attimi di silenzio per lo stupore della nuova arrivata, placata la sua innata curiosità, aveva ripreso la protesta, alzando la voce di almeno un semitono.

“Mi dispiace, mia figlia ha poco più di un anno, non ho vestiti per un bambino così grande, ma se vuole ho qualcosa per il nascituro. È maschio o femmina?”. “Che t’importa? – l’aggressività inaspettata della risposta mi colpì come uno schiaffo in pieno volto, e così eravamo a tre – io chiede se tuo bambino maschio o femmina? A me serve vestiti bambino grande, tu non me li dà?”. Cercai di non perdere la pazienza e scandendo bene le sillabe, frugando tra le parole più elementari del mio vocabolario, dissi: “Non ho vestiti per bambini di sei anni”. Con un gesto di stizza la donna tolse dal parabrezza la minaccia del lavavetri, che se ne andò lasciando in ricordo di sé un’impronta maleodorante e probabilmente scolando saponata nera su tutto il cofano. “Tuo bambino urla, tu fa qualcosa”. Mi prese alla sprovvista. “Non sta bene e ha sonno. Tra cinque minuti arriverò a casa, la prenderò in braccio e smetterà”, mi giustificai. “No, tuo bambino piange ora, ora tu prende in braccio”, rincarò lei. “Ma sto guidando, non posso slacciarle la cintura!”. Era una situazione surreale, eppure la sua scortesia stava smuovendo qualcosa nell’angolo più profondo di me… “Prende in braccio, bambino piange, prende in braccio, tu no buona madre, io chiamo polizia!”, mi assalì.

Il verde! La salvezza! Ero la prima della fila, così schiacciai l’acceleratore con tutta la forza che avevo, sgommai curvando a destra e le lanciai dietro un grido: “Comunque è una bambina, mia figlia è una femmina!”.

Irene, intanto, si godeva la sua vittoria: la macchina aveva ripreso a viaggiare.

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Erano ormai quasi le 18. Irene aveva gradito particolarmente lo yogurt alla vaniglia che le avevo dato per merenda, forse perché fresco e senza pezzettoni da masticare. Ora si trastullava vicino a me, sul pavimento dello studio, smontando e rimontando coperchi e tettarelle e facendo rotolare i suoi vecchi biberon ormai dismessi e dimenticati su una mensola evidentemente troppo bassa della libreria. Per terra c’era di tutto; in una situazione normale le avrei impedito quello scempio, ma dopo ore di vani tentativi di addormentarla, di giochi a battere le mani, di rime, di musica, canzoncine e versi di animali, anch’io avevo bisogno di respirare un po’.

Con un gesto automatico mi sedetti alla scrivania e accesi il computer per accedere alla posta elettronica. Tanta spam, qualche comunicato stampa utile, le solite catene di Sant’Antonio e poi quella mail con l’oggetto URGENTE scritto tutto maiuscolo. Clic.

“Ciao Roberta, immagino sia superfluo ricordartelo, ma domani è il 13 marzo, ossia il secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, ricorrenza per la quale tu avevi proposto un pezzo, che naturalmente deve essere on line entro le 8. Mi raccomando, mi fido di te! A presto. Marco”.

Chiaramente quella volta non si fidava abbastanza, perché in sei anni di onorata collaborazione, il caposervizio non mi aveva mai scritto una mail per “ricordarmi” che dovevo scrivere questo o quel pezzo entro il giorno seguente. Ma il problema era un altro: aveva ragione! Avevo completamente dimenticato il pezzo da consegnare su Papa Francesco!

Cercai di razionalizzare: era giovedì. In condizioni normali era il pomeriggio di turno di mia suocera per tenere Irene, ma quella settimana era volata a trovare la figlia maggiore, quindi sarebbe toccato a mia madre stare con la bambina, ma visto che avevo avvertito che sarei rimasta a casa perché Irene aveva la febbre, mamma si era sentita libera di accompagnare papà alla visita dall’oculista. Se si aggiungevano i turni da dodici ore filate di mia cognata, i check-in a orari improbabili della B&B di mio cognato, i fine settimana lunghissimi della signora Anna, la nostra vicina, che ha velleità da baby sitter ma solo dal martedì al mercoledì, ero sola. Completamente.

Lanciai uno sguardo di sottecchi a Irene: la febbretta le aveva colorito un poco le guance facendola assomigliare a una graziosa Heidi di città e gli occhi umidi, appena cerchiati dalla stanchezza, sembravano due piccole ranocchie pulsanti, ficcati in quel barattolo per bambini di plastica che già da una decina di minuti buoni catturava inspiegabilmente la sua attenzione. Per me restava un mistero come, circondata da giocattoli attraenti e sgargianti, intonsi e lucidissimi, scegliesse di intrattenersi con un vecchio biberon sghembo che maneggiava come fosse un inestimabile tesoro, cinguettandoci nella sua lingua incomprensibile. Decisi che non era quello il momento di indagare, ma muovendomi piano e senza dare nell’occhio, mi girai sulla sedia verso il pc, visualizzai sul monitor un foglio bianco e iniziai a scrivere.

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“…tutto il resto è storia, quella di un Papa destinato a essere grande e a restare nel cuore di tutti con la sua disarmante chiarezza e la sua cristallina semplicità, e a noi romani che abbiamo il privilegio di averlo come nostro vescovo speciale, non resta che augurargli un futuro radioso e il più lungo possibile”.

Punto. Espirai rumorosamente il fiato che stavo trattenendo da troppo tempo e guardai l’ora: le 19.30. Il miracolo si era compiuto: Irene era stata buona lì per terra vicino a me a giocare senza interrompere mentre io cercavo di recuperare l’inconcepibile manchevolezza professionale. Ora sarebbe bastata una rilettura veloce dell’articolo, la verifica di qualche data, due o tre piccole correzioni, e poi potevo caricarlo nel sistema, corredato da una bella foto del Papa sorridente la sera della fumata bianca.

Il richiamo “maaa-mma!”, in un tono che non ammetteva repliche, seguito da uno sbadiglio, erano messaggio inequivocabili: basta giocare, ora voglio fare la nanna, portami a letto. Subito. Gli occhioni di Irene si erano fatti tondi e lucidi, invitanti come olive da cocktail maturate al sole, modellati dal sonno e da ore di strenua resistenza al sopore che finalmente lasciava il posto a un’onorevole ritirata, prima che la situazione degenerasse in nervosismo cosmico e isterìa totale.

Perfino Papa Francesco avrebbe dovuto aspettare, ma potevo rimandare a dopo cena l’impaginazione dell’articolo (certo, a meno che l’hard disk non si rompesse all’improvviso o Roma, l’Italia e il mondo intero fossero colti da ore di blackout totale come nella prima edizione della notte bianca nel 2003, ma in tal caso il mio non sarebbe stato l’unico disguido, per il giornale).

Iniziavano così i riti serali pre-nanna: un bel biberon colmo di latte in sostituzione della cena ‘solida’ che con la febbre Irene non avrebbe gradito; il cambio dell’ultimo pannolino della giornata; l’assunzione delle gocce di vitamine che la faranno diventare Miss Universo; e l’imbarazzo della scelta del pigiamino, se quello blu con i gufetti che dormono o quello bianco con le stelline. Terminate le operazioni di pulizia e vestizione, fu un attimo: sotto le coperte e con il ciuccio in bocca, stringendo la sua coccinella che non capivo ancora se amasse o detestasse, con la testa ostinatamente al posto dei piedi, Irene si girò sul fianco sinistro e si addormentò all’istante.

Arretrai passo dopo passo con i sensi all’erta e tutta concentrata nel non far scricchiolare le scarpe sul pavimento raggiunsi la porta, riuscii ad aprirla quel tanto che consentiva alla mia linea non proprio snella di passarci senza urtare nulla, e a richiuderla dietro di me senza fare il minimo rumore. Con le ultime forze mi buttai sul divano come una coperta vecchia, in uno stato di catatonia ben noto e in pratica svenni lì, in silenzio e al buio. La frazione di secondo successiva una chiave girò nella porta facendo scattare la serratura, l’insolente luce dell’ingresso mi ferì in pieno volto e apparvero in salotto la sagoma robusta e la voce squillante di mio marito che lanciava la giacca sull’appendiabiti: “Ciao amore, che c’è per cena?”.

Ecco, si ricominciava da capo.

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V° CONCORSO LETTERARIO

ALTIPIANI DI ARCINAZZO

REGOLAMENTO

E’ indetto il quinto concorso letterario dal titolo “Racconti e parole agli Altipiani di Arcinazzo, organizzato e sponsorizzato dal ristorante “Da Silvana”.

La partecipazione al concorso è disciplinata dal seguente regolamento che viene accettato dagli iscritti integralmente ed incondizionatamente.

Il concorso è aperto a tutti, residenti e villeggianti, che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età.

Il concorso sarà riservato ad uno scritto inedito e consentirà agli autori di vedere pubblicati i propri racconti in un libricino a cura dell’organizzazione che andrà a comporre la quinta edizione della raccolta “Racconti e parole”.

Lo svolgimento del V° concorso si baserà sul seguente tema:

“CHI TI FA RIDERE TI SALVA LA VITA SENZA SAPERLO”  (Anonimo)

Scrivere per ridere.

Questa edizione richiede ai partecipanti un racconto che sia divertente, spassoso, esilarante, che faccia sorridere e rallegrare il lettore, tenendo conto di poter esporre un episodio realmente accaduto o semplicemente una storia che sia frutto della propria fantasia.

Il racconto non dovrà superare le dieci pagine in formato A4.

Per iscriversi al concorso occorre compilare una scheda di partecipazione che sarà a disposizione presso il Ristorante “da Silvana”, Via Sublacense, angolo bivio Piglio, dalle ore 9 alle 16, oppure c/o il Punto Informativo Turistico in via Sublacense (adiacente il ristorante),  indicando nome, cognome, data di nascita, indirizzo di residenza, indirizzo  e-mail e recapito telefonico mobile. La quota di partecipazione per ogni iscritto sarà di     € 10,00 da pagare al momento dell’iscrizione. I racconti consegnati senza il versamento della quota non verranno giudicati.

Il racconto va stampato in quattro copie, di cui tre anonime e una quarta recante il nome, cognome, la firma e il numero telefonico dell’autore, e va consegnato dal 15° luglio 2015 al 20 agosto 2015 contattando al numero 393 0598002 la sig. Giovanna Crecco per gli accordi.

Una copia va spedita via e-mail all’indirizzo giovanna.altipiani@alice.it in formato Word.

Sarà possibile consegnare il cartaceo del racconto anche per mezzo postale. Chiamando il numero suddetto vi verranno specificate le modalità di spedizione.

Per gli elaborati spediti farà fede il timbro postale.

I racconti pervenuti saranno numerati in ordine rigoroso di consegna e potranno essere visionati in forma anonima da chiunque volesse presso il suddetto ristorante, per tutta la durata del concorso, mentre un’apposita giuria (composta da tre esperti e coordinati da un Presidente di giuria) valuterà le opere. Il Presidente e l’organizzatore del Concorso garantiranno la corretta applicazione del regolamento e l’attinenza dei racconti al tema.

Il giudizio delle giurie è insindacabile e inappellabile.

In caso di parità di punteggio tra i concorrenti, il parere del presidente è determinante.

Solo a premiazione avvenuta verranno rese note le generalità dei partecipanti.

Ogni autore è personalmente responsabile di ciò che consegna e ne autorizza sia la pubblicazione senza alcun fine di lucro sia il trattamento dei propri dati da parte degli organizzatori per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e alla pubblicazione dei risultati.

I tre racconti più belli saranno premiati così:

1° classificato: 200 Euro e attestato di merito

2° classificato: 100 Euro e attestato di merito

3° classificato: 50 Euro e attestato di merito

 I premi in denaro saranno gentilmente offerti dal Ristorante “da Silvana” in collaborazione con il patrocinio dei comuni di Trevi nel Lazio, Arcinazzo Romano e Piglio.

Oltre ai tre premi della giuria, l’organizzazione si riserva di assegnare un premio speciale del pubblico per un elaborato ritenuto meritevole.

Una menzione speciale sarà conferita in memoria della Signora “Teresa Apicella”.

Per ogni ulteriore informazione, aggiornamenti o domande aperte si può consultare il seguente blog: https://concorsoaltipiani.wordpress.com/  a disposizione di tutti gli interessati.

La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 29 agosto 2015 alle ore 18,00 presso il ristorante “Da Silvana”, via Sublacense (angolo via per Piglio), Altipiani di Arcinazzo, con la presenza di autorità locali e di personaggi noti nel mondo letterario.

Info: Giovanna Crecco

393 0598002

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